Il jazz contemporaneo in Germania dagli anni ’70

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Questo lavoro nasce come tesina all’interno del corso di Storia del Jazz presso i Civici Corsi di Jazz, la scuola di musica fondata a Milano da Maurizio Franco,  Franco Cerri e Enrico Intra.
Non si tratta di un saggio, ma solo una serie di link di orientamento verso fonti di documentazione di gran lunga più complete, accompagnati da giudizi estetici strettamente personali.

I pionieri: Schlippenbach e Globe Unity Orchestra

Alexander von Schlippenbach

All’inizio degli anni ’70, una formazione pionieristica, la Globe Unity Orchestra, aveva già numerosi album e concerti al suo attivo. L’orchestra si era formata nei primi anni ’60 sotto la direzione di Alexander Von Schlippenbach intorno al progetto di un brano chiamato, appunto, Globe Unity, da presentare al Berliner Jazztage.

Schlippenbach veniva dall’esperienza con Gunter Hampel, un musicista che aveva suonato di frequente con Eric Dolphy, muovendosi nella scia del movimento free, aperto da Ornette Coleman. Successivamente, Schlippenbach suona nel quintetto di Manfred Schoof fino al 1967, anno in cui forma la Globe Unity Orchestra, un gruppo di diciannove elementi che fonde il trio di Peter Brötzmann, il quintetto di Manfred Schoofe un insieme di musicisti fra cui spicca il trombonista Albert Mangelsdorff, il polistrumentista Gunter Hampel, il sassofonista e clarinettista Willem Breuker, il pianista e vibrafonista Karl Berger, che ha pubblicato molto con l’etichetta italiana Black Saint, il bassista Buschi Niebergall, sperimentatore di suoni aggressivi con Brötzmann nell’album Machine Gun, il bassista Peter Kowald, reduce da un tour con Carla Bley e i batteristi Jaki Liebezeit (del gruppo rock Can) e Sven-Åke Johansson.

La Globe unity Orchestra fu un gruppo molto longevo andando avanti per decenni, con diversi cambi di organico, che negli anni ’70 si arricchì di musicisti inglesi, come il chitarrista Derek Bailey, il sassofonista Evan Parker, e i trombonisti Malcolm Griffiths e Paul Rutherford, insieme al trombettista Kenny Wheeler. Fra gli americani, invece, si segnala Anthony Braxton.

La musica della Globe unity Orchestra è uno sperimentalismo sfegatato, pronto a tutto, che mischia la ricerca di sonorità alternative della  musica colta europea con l’improvvisazione e l’interplay del jazz. L’Orchestra ha pubblicato un buon numero di dischi, dal 1966 al 2002.

Schlippenbach ha dato il suo contributo anche anche con la Berlin Contemporary Jazz Orchestra, un  gruppo all star, che include, fra gli altri il pianista Misha Mengelberg, un musicista prolifico e longevo, nato in Ucraina figlio d’arte con un padre direttore d’orchestra e una madre arpista. Mengelberg ha una lunga discografia, fra cui segnaliamo Four in One, un album del 2001, ricco di inventiva e divertimento.

Albert Mangelsdorff

Il trombonista Albert Mangelsdorff nasce nel 1928 a Francoforte. Il fratello Emil, alto sassofonista, lo introduce al jazz in anni in cui in Germania il genere era clandestino. Dopo studi di chitarra approda al trombone, uno strumento che porterà verso confini nuovi e innoverà profondamente.

Mangelsdorff è stato al centro delle correnti sperimentali più avventurose, forte di una tecnica impeccabile e originale e di un desiderio incrollabile di innovazione. La tecnica di Mangelsdorff comprende l’emissione di bicordi, ottenuti cantando all’interno dello strumento. Si tratta di una tecnica già conosciuta in ambito classico, specificata in spartiti classici da Luciano Berio e Franco Evangelisti e resa popolare al pubblico del rock dal flautista Ian Anderson, più o meno negli stessi anni.

La difficoltà per lo strumentista è notevole per due ragioni. In primo luogo, si spezza l’unità fra la voce dello strumento e la voce interiore del musicista, che sugli strumenti monodici è portato a identificare quello che suona con la propria voce, diversamente dall’approccio “grafico” che possono avere chitarristi e tastieristi con i loro pattern. Separare la voce dalla voce dello strumento richiede un pensiero diverso dallo standard, soprattutto se si suona una parte di armonia invece di cantare all’unisono. La seconda difficoltà sta nel fatto che l’emissione della voce con la pressione del fiato che richiede lo strumento è innaturale.

Per la presenza di battimenti selvaggi fra il canto e il suono, il suono risultante ha un carattere sintetico e distorto, invadendo il campo delle tastiere elettroniche.

Mangelsdorff fa un uso sapiente di bicordi arrivando a proporre, per la prima volta, il trombone come strumento solista, anche in un’occasione di grande risonanza, come le olimpiadi di Monaco del 1972.

Nel 1976 registra un album dal vivo con Jaco Pastorius, un altro musicista capace di portare su fronte del palcoscenico una cenerentola delle basse frequenze. Pastorius, nell’anno in cui esce Black Market, è una star, ma il disco registra più che altro un tentativo onesto di fare convivere due universi piuttosto lontani. Pastorius adatta il suo fraseggio al linguaggio di Mangelsdorff, ma quando torna sui suoi lick abituali sposta la bilancia verso il mondo tonale. Il disco, comunque, dà risonanza mondiale al trombonista tedesco e dà testimonianza del desiderio di Pastorius di aprirsi a esperienze musicali nuove.

Markus Stockhausen

Markus Stockhausen, un figlio d’arte, con un cognome tanto importante nella musica colta contemporanea, nasce nel 1957 a Colonia e studia musica con il padre, iniziando il pianoforte a sei anni (anche se appare in un disco di Karlheinz a quattro anni). A dodici anni inizia gli studi di tromba prendendo presto le parti di tromba nelle composizioni del padre. Markus, sotto la guida del padre, sviluppa una tecnica e un suono senza ombra di difetti.

Negli anni ’70 inizia una collaborazione con un quintetto jazz chiamato Key, ma la maggior parte della sua attività come musicista jazz indipendente avviene negli anni ’80.

Markus Stockhausen è un musicista prolifico: allmusic.com presenta una discografia di trentadue album a suo nome, tralasciando le collaborazioni, che spaziano fra jazz, musica classica e colonne sonore di cui è compositore insieme al fratello Simon.

Fra gli album ci sono da segnalare non Duality, del 2004, e Symphonic Colours del 2009. Il primo è un’esplorazione con campioni, voci e improvvisazioni, mentre il secondo fa tesoro delle grandi possibilità melodiche della tromba.

Tagtraum, sempre del 2009 è un altro album in bilico fra classicismo e sperimentazione in cui a un pezzo melodico come Weltraum fa seguito un brano da big band come Ping Pong. Feuerwerk mischia suoni sintetizzati di archi con ostinati di basso elettrico che ricordano le sperimentazioni con il mellotron dei King Crimson, il tutto con contorno di  campioni vocali. Miles Mute? è un brano più fusion, con la sordina sulla tromba che evoca il trade mark di Miles Davis.

Per quanto il suono non si discosti mai dalla perfezione classica, l’improvvisazione di Markus Stockhausen sta a buon diritto nel filone del jazz per la capacità del musicista di parlare un linguaggio colto con proprietà o citarlo e rielaborarlo in un contesto diverso, uno degli elementi chiave di ciò che chiamiamo jazz.

Rolf e Joachim Kühn

Rolf Kühn, il maggiore dei due fratelli nasce nel 1929 a Colonia e a metà degli anni ’50 si trasferisce negli Stati Uniti per suonare il clarinetto nella tradizione dei grandi clarinettisti americani, a partire da Benny Goodman, che sostituì in qualche occasione e suonò con Tommy Dorsey.

Tornato in Germania, all’inizio degli anni ’60 di dedicò a esplorare altri linguaggi, spesso insieme al fratello Joachim. I due hanno pubblicato un disco in duo nel 1996, Brothers. Il suo suono in Swampfire, del 1978, sembra modellato su quello di una chitarra elettrica rock, fra Santana e Mc Laughlin e sta perfettamente nella tradizione rock jazz e fusion di quegli anni.

Joachim Kühn si affermò molto giovane, diventando un musicista jazz professionista a sedici anni e a venti iniziò a suonare col fratello maggiore, tornato dagli Stati Uniti come un musicista affermato, orientandolo verso un jazz più sperimentale con un occhio alla tradizione di musica colta europea.

Allmusic.com fa credito a Joachim Kühn di dieci album solo negli anni ’70. In questo periodo si segnala anche una collaborazione con Jean Luc Ponty, un musicista al centro della fusion del periodo. I suoni di Springfever, per esempio sono molto rock, con il growl del Fender Jazz Bass di John Lee e il francese Philip Catherine alla chitarra. Let’s be generous di due anni dopo, mostra un suono più aggressivo e l’uscita dal modalismo verso suoni più informali e grezzi, con esplorazioni atonali e un ottimo lavoro di Miroslav Tadic alla chitarra e Tony Newton al basso.

I fratelli hanno esplorato anche il rock. Joachim ha pubblicato un disco di cover, Poison, in cui appare una selvaggia versione di Purple Haze che fa giustizia contemporaneamente al chitarrismo vitale e bluesy di Hendrix e al linguaggio jazzistico. Gli altri brani del disco, più pacati, non sono altrettanto riusciti.

The United Jazz + Rock Ensemble

Lo United Jazz + Rock Ensemble nacque nel 1976 come orchestra residente di uno show televisivo, da cui inizialmente prendese il nome: Eleven and a Half Ensemble. L’ensemble fu affidato a Wolfgang Dauner, pianista e leader del gruppo d’avanguardia  Et Cetera, dallo spettro musicale ecletticamente variato, che fa pensare anche alle cavalcate psichedeliche del Kraut Rock di Amon Duul e soprattutto Popol Vuh.

Nel gruppo si trovarono a convivere stelle del Jazz, come Albert Mangelsdorff e musicisti di estrazione rock, come John Hiseman, che con i Colosseum aveva proposto insieme al sassofonista Dick Heckstall-Smith, una interessante sintesi di psichedelia e rock  con Valentyne Suite del 1969 insieme al sassofonista Dick Heckstall-Smith.

Nei ventisette anni di attività l’ensemble ha prodotto quattordici album, sciogliendosi nel 2002 con un tour di addio anche per la sindrome di Parkinson che ha colpito la sassofonista e flautista Barbara Thompson, di cui vale la pena di segnalare il lavoro con la Apollo Saxophone Orchestra. Nel 1979 l’ensemble registrò un disco con Kenny Wheeler.

Nel 2012 l’ensemble si è riformato pubblicando un album, Wolfgang Dauner’s United 2 in cui compaiono elementi di world music che in qualche caso ricordano le ritmiche zoppicanti degli Area, come in South Indian Line e reminiscenze prog unite a uno stile big band, come nella maliziosa Gone With the Weed.

Theo Jörgensmann

Theo Jörgensmann è un clarinettista affascinato dal free jazz fin dagli esordi. Nel 1975 formò un gruppo di soli clarinetti, Clarinet Contrast. Nel 1980 ripetè l’esperimento con Clarinet Summit, di cui faceva parte anche Gianluigi Trovesi.

Fra i lavori degli anni ’70 segnaliamo Go Ahead Clarinet, del 1978, una collezione di pezzi di ispirazione jazz, con elementi di fusion e un linguaggio ancora relativamente tonale, registrata con il suo quartetto. Le insidie del fusion, che a volte scade nello snoccilamento di scale su una base ritmica incrollabile, senza cambi di tonalità, sono tenute a bada con un forte senso della melodia. Dieci anni dopo esce Song of BoWaGe, lungo le stesse linee, ma con una evoluzione interessante.

Fra le sue pubblicazioni recenti segnaliamo il lavoro con il violinista Albrecht Maurer, per esempio Melencolia Suite, in cui l’impasto dei suoni di clarinetto e violino, così vicini e così diversi crea situazioni sonore intriganti. Il suono dei due strumenti è di tradizione classica e le atmosfere non sono tipicamente jazz, ma l’interplay fra i musicisti è nella tradizione jazz. La musica qui si fa più ricca e rarefatta.

Lenti a contatto multifocali

Quando si inizia a avere un po’ di esperienza (mettiamola così) è fatale cominciare a essere un po’ presbiti. Si inizia a allontanare il libro, spostare indietro il monitor fino al punto di rottura, quando il libro e il monitor sono troppo lontani per essere letti bene, la data sull’orologio è solo un’idea e leggere gli SMS è quasi impossibile.

La soluzione sta in un paio di lenti multifocali, dicono gli ottici. Gli diamo retta e pieni di entusiasmo facciamo la fatica di abituarci al primo occhiale multifocale.Abiturarsi significa imparare a muovere la testa su e giù come un pollo e a non cadere dalle scale, che sono messe a fuoco attraverso la porzione di lente con la focale per l’uso da vicino. Nemmeno le lenti multifocali però sono la soluzione. Continua a leggere

Sociologia dei tablet

Ho preso di recente un Kindle 3, di cui ho parlato in dettaglio su PC Professionale, che è diventato un fedele compagno di commuting, su e giù da tram e metrò. Girare con un Kindle riserva interessanti sorprese.

La prima è che tutti coloro che lo prendono in mano si aspettano che l’interfaccia sia touch e provano a girare pagina con quel gesto fluido che Apple ha così meravigliosamente scoperto e cablato nelle aspettative di tutti, anche coloro che non hanno mai usato un computer.

La seconda sorpresa è che il Kindle segmenta, come dicono quelli che si occupano di marketing. Alcuni lo adorano, altri lo odiano. Sembra strano, ma di fronte al suo aspetto austero e allo schermo in bianco e nero la reazione di qualcuno è fortemente negativa, mentre un iPad solleva sempre un coro di ooh e di aah. L’assenza di capacità di intrattenimento e di “eye candy”, piaceri per l’occhio, smorza ogni desiderio di acquisto in diverse persone.

Uno schermo bianco e nero, con una austera funzionalità ad alcuni ricorda la semplice efficienza del Palm Pilot, con il quale il Kindle condivide una durata delle batterie da misurare in setitmane, ad altri la povera inadeguatezza di un Sinclair Zx80 o di una calcolatrice Texas d’antan.

Il Kindle, allora, segmenta come una Fiat Multipla, per le stesse rafgioni: la ricerca senza compromessi di un risultato pratico a cui si subordina ogni altra considerazione.

Nel caso del Kindle le motivazioni sono quelle che ha dato Jeff Bezos: la volontà di creare un oggetto economico e finalizzato alla lettura. Bezos sintetizza questo concetto in due parole: Angry Birds. Angry Birds è il nome di un gioco per iPad, che è una delle applicazioni più vendute dell’Apple Store. Il Kindle è indadatto per giocare a Angry Birds. Questo è un difetto, ma anche un pregio: l’oggetto, finalizzato al testo, non asseconda tentazioni e finisce per costare meno di quello che alcuni spendono per gli occhiali da sole.

Di fianco al vicino in metrò che sfoglia il giornale su iPad dobbiamo sentirci espressione di due filosofie contrapposte? Assolutamente no: l’iPad è un meraviglioso congegno in grado di interpretare una enorme varietà di ruoli, anche molti di quelli che di solito si affidano a un laptop. Anche il giornale composto come in pagina ha un aspetto migliore sullo schermo del vicino, ma l’oggetto è troppo pesane per essere usato con disinvoltura in piedi.

Il Kindle interpreta senza compromessi un ruolo, quello di permettere di portare con sé una grande quantità di testi e leggerli senza sforzo in qualsiasi contesto, in pieno sole o al chiuso, con un oggetto economico e con il peso di un libro tascabile.

Il testo è al primo posto, tanto che conviene fare tradurre il formato al servizio di Amazon, per i Pdf, troppo legati allo spazio di una pagina A4.

In definitiva gli oggetti non sono alternativi, più probabilmente complementari, ma mentre l’iPad riesce a far brillare gli occhi di chiunque, il libro elettronico affascina solo chi è convinto che “text is king”.

Lunga pausa

Si, lo so, quando uno tiene un blog non lo dovrebbe lasciare perdere per tanto tempo, come sto facendo.
Purtroppo, tolte le priorità e il lavoro pagato, non resta proprio tempo per scrivere qualche cosa, anche se mi prudono le mani spesso, sulla politica o la musica, due temi piuttosto presenti nel Proxy Bar.
Sto seguendo un blog scientifico dedicato all’energia nucleare, mi sto dedicando all’università, a una consulenza su un tema abbastanza nuovo per me, al blog di PC Professionale per la sezione sviluppo, alla rivista e allo studio della musica. Basterebbe uno solo di questi impegni per lasciare appena lo spazio per pensare alla famiglia, ma tutti quanti insieme sono tanti davvero. Il proponimento per l’ultimo quarto dell’anno prima delle ferie è di ridurre la dispersione.
Quando sarà il momento, comunque la pubblicazione online tornerà alla grande, dato che è una delle mie attività preferite. Sarebbe l’attività prevalente se fosse un lavoro pagato a sufficienza :-)

Impostazioni di SciTE

Ecco il file di configurazione del mio editor preferito: SciTE

;; monospace fotn
font.base=$(font.monospace)
font.small=$(font.monospace)
font.comment=$(font.monospace)
font.text=$(font.monospace)
font.text.comment=$(font.monospace)
font.embedded.base=$(font.monospace)
font.embedded.comment=$(font.monospace)
font.vbs=$(font.monospace)
;; fondo nero
style.*.32=$(font.base),back:#000000,fore:#ffffff
style.*.33=back:#C0C0C0,$(font.base)
style.*.37=fore:#939393
caret.fore=#FFFFFF
selection.alpha=75
selection.back=#FFFFFF
colour.keyword=fore:#649bff
colour.operator=fore:#727272
;; autocompleteword
autocompleteword.automatic=1
;; numeri di linea
line.margin.visible=1
line.margin.width=4

Clinic di Reggie Hamilton e Gary Novak

Lucky Music ha organizzato con l’aiuto di Yamaha e Fender una clinic molto interessante con Reggie Hamilton e Gary Novak, session man di stellare competenza, in Italia in tour con Eros Ramazzotti.

La clinic si è tenuta al Live Forum, un nuovo locale, con un palco che è raro trovare e un impianto voce di grande pulizia, nel Forum di Assago, dal lato del teatro.

La clinic è stata molto interessante, ma soprattutto la musica è stat di grande livello. I due artisti, fuori dalle ristrettezze del suonare per lavoro con la musica di altri artisti ne hanno approfittato per tirare fuori la loro musicalità straordinaria.

Novak è un batterista molto raffinato, ma con la capacità dinamica di un batterista rock. Spesso, questa doppia anima dinamica veniva fuori nella stessa battuta e gli accenti erano qualcosa di più di accenti: erano piloni a cui attaccarsi per il groove.

Reggie1a

Reggie Hamilton è un musicista molto espressivo e la tecnica non gli prende mai la mano: la sua musica canta sempre e comunque.

Lello Panico ha messo la sua Telecaster al servizio di una musica rigogliosa e vitale, lontana dall’esibizionismo tecnico e dai cliché.

Come sempre in queste clinic il ritratto degli artisti è: persone semplici, gioviali, con un’attitudine positiva, molta disponibilità e modestia. Probabilmente non si diventa un grande session man senza queste qualità.

Molte domande si sono centrate sull’aspetto generale del fare musica da artista e su come organizzare il proprio percorso di crescita.

Poche le domande strettamente tecniche, ma abbiamo rubato un trucco osservando attentamente: nello slap con terzine veloci e due pull-off per slap, Reggie Hamilton àncora la mano destra sullo strumento appoggiando il mignolo, probabilmente per non perdere la stabilità della mano e avere più facilità nel pull.

Lo strumento di Hamilton era un Jazz Bass messicano della serie road worn, con corde fender lisce, fiesta red. I pick-up erano Alembic.

Alla fine la serata la domanda che avremmo voluto fare a Reggie Hamilton, senza averne il coraggio, era “ma come fai a stare in maglietta con questo freddo, che io col piumino mi sto ammalando?”.