Categoria: internet

FriendFeed goes to work at Facebook, now what?

The FriendFeed team and servers will act according to the strategies of Facebook since the acquisition. What impact will this have? Let’s first recap a few points.

As the news started spreading, some users where quite upset for fear of being assimilated in what they consider an inferior platform for sharing.

Scoble started working on his home page on FB, and had to complain. What would be missed if FriendFeed was turned off tomorrow? There might be a lot of different anwers, but I would stress openness.

Facebook is a closed space that has wll guarded walls and an aggressive copyright on anything that crosses the border inwards. FriendFeed, instead, is made up with stuff shared from its owner, mostly residing somewhere else, thanks to the open RSS format, with added discussion and realtime search.

Discussions are FriendFeed’s added value and may range in interest from Scoble’s instant chat rooms to idle chatter. FriendFeed can also make sense of discussions that happen on different media, discussions of which a random tweet is just an obscure part. In short, the world seen from FriendFeed has more dimensions.

Real time search, also, is a wonderful research tool. FriendFeed brings all this added value to your own content, once you decide to share, and this is a good thing.

Composition is an other key: using Twitter for launching what you have created or sharing thoughts, Flickr for archiving and organizing your pictures, Delicious for organizing your web snippets in a mini blog, all this makes a lot of sense. Using FriendFeed to create a picture from all this pieces make a lot of sense too. Trying to love every detail of Facebook and trying to live filling the blanks in Facebook forms does not make too much sense.

Facebook is great for chatting with friends, sharing pictures and finding people because everyone has at least an idle presence in there, but I would not want to have business contacts, coworkers or customers mixed with aunts and scholl friends. One problem with all these social network is managing one’s own facets.

We obviously want to be able to share using as many tools as we like, so the aggregation features of FriendFeed will stay with us one way or an other.

Dave Winer started working on something interesting, maybe this is a part of the final picture. What if there was not real server as in a file sharing network? People would own their stuff and decide where to share what, and this is a good thing. These are Winer’s current ideas on the Rss cloud. I think this process is going to be accelerated by Facebook’s acquisition of it’s best competitor.

We have seen a pattern over and over again: applications come and go, protocols stay forever, if you need a proof consider that FTP was born in 1972 and did not change too much since then. The Internet we know and love has been created by HTML and HTTP, and made available by Mosaic, Netscape, Internet Explorer, Safari, whatever you choose. Open protocols give us freedom, applications give us user experience. Facebook is obviously an application, and as nice as it might be and as loved as it might be, will not stay forever, but RSS has changed our lives much more.

An RSS cloud could go a long way changing things, so we do not really have to worry about missing FriendFeed one day, our future will be really shaped by open protocols and file formats and how they will allow real time sharing in many new interesting ways. So, some. like @rww, see a perfect storm coming in social networking, I would be happy to see it.

L'inganno del web 2.0

Un coccodrillo scostante su Friendfieed e un ricordo un po’ più affettuoso da parte di un amico di rete dai tempi dei modem a 2400 baud avevano attirato la mia attenzione su un personaggio che ho ritrovato nella libreria di un amico sociologo. Ho letto quindi avidamente il libro, con la curiosità di vedere che cosa si nascondesse dietro un personaggio controverso, che chissà come non mi era familiare.

Molto brevemente, non c’è pagina del libro sulla quale in definitiva io non sia d’accordo e, se ci sono chiose da fare, si può parlare di quello che è stato lasciato fuori dal mirino.

Non ci sono dubbi, per incominciare, sul fatto che la blogosfera italiana sia un circolo di poche persone, sostanzialmente autoreferenziali e che, in massima parte si possono lasciare fuori dalla reading list, o quantomeno in fondo, senza compromettere la propria crescita. Diversi mesi di frequentazione assidua di FriendFeed e di lettura dei feed mi hanno convinto del fatto che non avere trovato tesori non dipende dalla malaccortezza nel ricercare.

D’altra parte, se pure il web 2.0 è prodigo di promesse e avaro di risultati, restano due punti da considerare.

Il primo è che Internet è sempre Internet, lo spazio di informazione facilmente reperibile che abbiamo sempre amato e usato con profitto dai tempi in cui era una comunità un po’ più ristretta di scienziati e esperti di programmazione e non si chiamava web. Il ruolo di internet come le ruote per la mente non è in discussione.

Il secondo punto è che ci sono delle novità, ben descritte nel libro, che vanno su due filoni: l’aumento di affluenza alla rete consentito da tecnologie di pubblicazione sempre più amichevoli e la perdita di terreno dei media tradizionali.

La somma degli ultimi due fattori è una proliferazione di fuffa che non è minimamente contrastata dalla blogosfera e investe di ritorno anche i media tradizionali, come nel caso dei giornali che sempre più spesso stampano notizie quasi vere prese da fonti su Internet.

Tracciare la conoscenza è un problema sempre maggiore e una disciplina poco insegnata e poco praticata, anche in ambito universitario, come si sottolinea nel libro.

Se il web degli anni ’90 fosse stato quello del progetto Xanadu, di cui abbiamo parlato, e non quello di Tim Berners-Lee, il tracciamento sarebbe stato automatico, ma la rete ha giustamente scelto la strada meno involuta tecnicamente.

I problema di tracciare l’informazione è ben posto e svolto nel libro e bene fa la presentazione del libro sul sito Laterza a concentrarsi su questo punto, sicuramente, sarà un tema importante dell’evoluzione tecnologica nel prossimo futuro, non solo perché è importante socialmente risolvere questo problema, ma anche per una forza più potente: la pigrizia.

Non abbiamo infatti il tempo e le energie di rileggere per la centesima volta il copia e incolla della stessa notizia o di derivati man mano che i blogger più disparati si imbattono nelle tracce di una certa informazione. Nessuno ha il tempo e le energie per accumulare derivati tossici, stavolta di informazioni. Quindi il problema sarà risolto nei prossimi anni.

Essere un bottom blogger. 1: chi sei?

Ha suscitato un certo vespaio su Friendfeed la ripresa dell’intervista a Luca Conti da parte di Mantellini. C’è parecchia curiosità su come si diventa un top blogger, quindi vale la pena di parlarne.

Naturalmente, sarebbe idiota che mi mettessi a dare consigli su come diventare un top blogger. In primo luogo perché, se lo sapessi, lo sarei diventato, in secondo luogo perché è come rispondere alla domanda “come si diventa una rock star?” con qualcosa di diverso da “studia, dedicaci tutto il tuo tempo e sii originale”.

Ha più senso domandarsi come si fa a essere un bottom blogger, perché è lì che la maggio parte dei blogger stanno e, in generale, rimarranno. Dato che il tema è interessante, questa può diventare una serie, anche perché non ho intenzione di scrivere dieci capitoli così di getto. Per marcare la serie userò uno dei tag di cui ho abbondato nella nuova gestione del proxybar, in questo caso blogging. Conviene usare un tag piuttosto che una categoria o una collezione di pagine perché questo è il percorso di minore resistenza con WordPress, il motore di questo blog.

Per prima cosa spazziamo via i pregiudizi: non è questione di amicizie o di conoscenze, casomai le amicizie e le conoscenze sono una conseguenza del mestiere. Voglio dire questo: se tu ti occupi del tuo ambito come giornalista è naturale che ti trovi sempre insieme agli altri giornalisti, così come i fotografi sgomitano sempre con gli stessi fotografi. Per questo è naturale che ci si conosca e ci si segua fra colleghi di lavoro, non fosse che per il fatto di trovarsi negli stessi posti con una certa frequenza.

Certo, se sei nella sidebar di un blog popolare ti arriveranno più clic di quanti ne hai visti in vita tua, ma per esserci arrivato devi avere detto qualcosa di veramente interessante e averlo fatto sapere, altrimenti ti troveranno solo con Google.

Cominciamo la serie dall’inizio, quindi.

Conosci te stesso

Domandati perché vuoi scrivere, questo è il cuore del problema. Tu sei unico e speciale, come tutti quanti gli altri, quindi ci sono cose che solo tu fai in un certo modo e solo a te interessano in un dato modo. Conviene partire da qui. Lascia perdere il generalismo e concentrati su una cosa importante per te, qualcosa che tu conosci in modo speciale. Nessuno verrà a leggere regolarmente il tuo sito a meno che tu non abbia già sfondato in qualche modo, quindi concentrati, almeno per ora, su qualcosa di più concreto della scrittura di editoriali.

Può capitare che tu abbia appena comprato un modello di macchina fotografica molto particolare, qualcosa che interessa a te e altri cinque. Se ne parli, vedrai che gli altri cinque ti troveranno su Google in men che non si dica e daranno valore alle tue opinioni tanto più sei sconosciuto e sincero nella tua descrizione del prodotto. Potresti scoprire di avere orientato un segmento di mercato, magari microscopico, con la tua recensione.

Si tratta di partire dalla lunga coda, quell’area di un’esponenziale in cui i valori sono irrisori in assoluto, ma che comunque ha per integrale una frazione consistente dell’integrale della funzione. Chi ti cerca ha poco da scegliere al di fuori di te, perché non ci sono un milione di alternative, come fra i grandi numeri.

Se decidi di essere monotematico e dedicarti all’allevamento delle pulci o qualcosa del genere, può capitare che chi ti trova su Google diventi un lettore fedele collegandosi al tuo Rss o tornando sulla home page. Questo si vedrà facilmente dalle statistiche, ma non è necessario puntare a questo risultato. Chi vive nella lunga coda può benissimo contentarsi di avere un traffico prodotto al 90% dai motori di ricerca. Se non ti va di impegnarti a parlare solo di allevamento delle pulci per il resto della vita puoi benissimo variare.

Cerca però di essere utile. Qualcuno dall’altra parte di Internet sta cercando qualcosa, la cerca perché vuole sapere, capire, scegliere. Cerca di essere utile e dare consigli onesti e esprimere giudizi utilizzabili. Pensa a tutte le volte che hai cercato qualcosa, che ne so, la formazione di un dato album, l’hai trovata, hai ringraziato fra te e ti sei domandato chi perde il suo tempo a mettere a disposizione queste informazioni. Immagina di restituire il favore e ripagare i debiti.

Lo sai com’è, lo fai anche tu: la gente vola via nei primi due paragrafi se capisce che non vale la pena di continuare a leggere.

Twitter, Friendfeed, Facebook, si tratta di te

Proseguiamo il discorso iniziato con l’introduzione a Twitter. Si parla molto delle applicazioni del networking sociale cercandovi la magia e il perfetto insieme di funzioni.

Twitter è minimalista, ma coglie l’essenza, FriendFeed è vorace e dispersivo, Facebook si tiene la tua roba ed è pieno di gente che fa i quiz e te lo fa sapere, Flickr è un grande gestore di immagini che cerca di tirarti dentro, MySpace è una vetrina per band poco socievole, Naymz e Plaxo questuano account in tutti i modi, LinkedIn va bene per esporsi sul mercato, ma ha anche forum di domande molto ben frequentati. Ning è una fabbrica di network sociali a tema molto petulanti. Questo è quello che c’è da sapere per non restare tagliati fuori nelle dispute fra networker sociali. Naturalmente tacciamo di news, forum, IRC, instant messenger e altre relique del passato.

Insomma, ci sono mezzi di ogni genere per il contatto sociale, ma hanno su di sé un’attenzione eccessiva perché manca un fondamento alla discussione sui network: i network sociali connettono le persone e servono a far fare alle persone quello che hanno in mente di fare. Le persone che si trovano insieme studiano, chiacchierano, scherzano, si conoscono meglio, flirtano, si coalizzano, capiscono meglio, si spiegano, cercano, insomma fanno mille attività umane fra le più disparate.

Nel mondo reale, fuori dallo specchio, tutte queste attività hanno momenti, tempi, luoghi e canali di comunicazione ben distinti. Non è pensabile che ci sia un posto in cui si fanno tutte queste cose contemporaneamente.

Il computer, comunque, è incidentale, come è sempre stato. La rete ha sempre connesso persone e per conseguenza computer fino dal 1971 in cui si sono stese le basi di FTP con la RFC114 o dal 1982 che ha visto la nascita della RFC821, che descrive SMTP a opera di John Postel (nomen, omen). La comunicazione fra computer e fra persone in ogni caso ha due o più terminali e un protocollo, bisogna tenerlo presente nel networking sociale.

La considerazione sui due poli della comunicazione è importante, perché un canale di comunicazione deve essere adatto per quello che vuoi sentire e per quello che chi trasmette ha voglia di dire e per il modo in cui ha voglia di dirlo.

Per fare un esempio, il Twitter di Robert Scoble, o Om Malik, o Engadget è un canale radio, che trasmette aggiornamenti che riguardano un lavoro di pubblicazione continuato e tematico. Non è certo un canale bidirezionale nelle intenzioni di chi scrive, se non sporadicamente. Anche una radio accetta telefonate, ma non conversa con tutti gli ascoltatori in qualsiasi momento.

Su FriendFeed, invece, si creano spesso aggregati di persone, che si cercano e si aggiornano, facendo spesso riferimento a contesti condivisi, che nascono al di fuori del mezzo di trasmissione, per esempio il lavoro e le occasioni di vedersi dal vivo, come nel caso dei numerosi giornalisti o blogger che si frequentano su FF. Non si può imputare al mezzo di trasmissione il fatto che la comunicazione è criptica e non sempre decodificabile esclusivamente in base al contenuto del messaggio. Si tratta semplicemente del fatto che chi parla vuole parlare così e lo strumento si presta a quel dialogo, perché FF è capace di aggregare e mettere in contesto comunicazioni personali avvenute su canali diversi creando un’immagine complessiva dagli elementi, laddove Twitter si presta alla pubblicazione di one-liner o al dialogo in stile IM. Insomma, si tratta un po’ del tipo di comunicazione che avveniva su IRC.

La comunicazione strutturata, la condivisione di sapere basato su testo avvengono in altre aree, a volte anche sui blog. La discussione che segue in alcuni blog è una specie di forum a tema creato per l’occasione. Forum più persistenti dedicati a un argomento hanno siti dedicati, per esempio alla musica, alla chitarra jazz e hanno preso il posto dei newsgroup non per una ragione di opportunità, ma forse più che altro per la voglia di costruire la propria ruota o la scarsa informazione sul mercato delle ruote. Il pregio dei newsgroup della internet del tempo di NNTP (RFC977 del 1986) era che la discussione era pubblica e permanente e ognuno sceglieva liberamente il programma da usare per partecipare, dato che il succo del tutto era il protocollo.

Non occorre che ripeta ancora una volta che i protocolli sono più aperti, più efficaci e più resistenti delle applicazioni e durano decenni più dei programmi che li hanno realizzati. Per questa considerazione, trovo che l’ambiente più promettente sia FriendFeed, proprio per la capacità di integrare quello che usi piuttosto che proporti di entrare in un recinto chiuso con dentro un bel mondo costruito apposta per te.

Io quindi scommetto sul fatto che su Internet i protocolli hanno sempre seppellito le applicazioni e i sistemi operativi (qualcuno usa ancora software del 1971?) e reputo le applicazioni un fattore del secondo ordine, salvo il fatto che non conviene chiudersi in un recinto. Per non essere chiusi in un recinto occorrono due condizioni: che chi offre un servizio, per esempio Flickr, dia l’impressione di avere ancora i server accesi fra qualche anno, piuttosto che i libri in tribunale, e che ci sia un’interfaccia applicativa (API) aperta per usare il servizio da fuori.

Naturalmente, se questa è un’opinione sulle applicazioni, rimane valido quello che si è detto prima, non si tratta tanto di cosa usare si tratta più che altro di te, di quell’altro, che ti sta a ascoltare e di cosa volete parlare.

Il tumulto dei chomp

Il governo della cosa pubblica sembra in mano a dilettanti che mettono l’odio verso i loro sterotipi preferiti davanti a qualunque cosa.

Succede così che la Lega fa autogol e propone una legge stupida che vieta di mangiare fuori dai locali pensando di battersi contro il nemico armato di kebab, ma finendo per danneggiare tutte le imprese artigianali, cominciando dalle gelaterie.

Maiorino in coda per il kebab

Maiorino in coda per il kebab

La reazione non si fa attendere; Carlo Monguzzi e Per Francesco Maiorino, Maurizio Baruffi, Pippo Civati, Paolo Danuvola insieme ai blogger meno impegnati nell’autopromozione, si mangiano un kebab sul marciapiedi per protesta, fortunatamente con buona copertura mediatica. Ecco il video del breve discorso di Monguzzi.

Mariorino e Monguzzi davanti al kebab di via Borsieri

Mariorino e Monguzzi davanti al kebab di via Borsieri

Protestare contro un decreto stupido non è stupido, anzi è importante proprio per mostrare la stupidità di chi lo ha preso, magari avvicinandola a quella di chi ha dato il via libera alla caccia selvaggia, o di chi si fa passare il testo di una legge sulla libertà di parola dalle lobby del copyright, oppure di chi smonta lo stato e i servizi sociali pezzo per pezzo.

Dilettanti allo sbaraglio, come chi tagliuzza i bilanci dell’istruzione.

Insomma, se la rivoluzione americana è iniziata col tè, speriamo che il kebab dia la stura alla rinascita civile di questa regione e di questo paese che stanno scontando troppo duramente il sonno dell’impegno sociale.

Luca Sofri davanti al kebab di via Borsieri

Luca Sofri davanti al kebab di via Borsieri

A margine una nota di colore: è bello vedere Monguzzi con il megafono a tracolla perché mi fa sentire come fuori dal Leonardo da Vinci a protestare contro la guerra in Vietnam. Insomma, dai sit-in a un eat-in.

Quanto ai blogger che hanno lanciato la manifestazione, mi pare che ci sia da constatare che la blogosfera come terreno per l’impegno sociale è un terreno scivoloso, su cui si fa poco appiglio.

Per carità, Internet è il ciclostile più grande del mondo, ma la politica reale è meglio farla nei termini classici, naturalmente purché ci sia copertura televisiva.

Lawrence Lessig, i media e la democrazia

L’incontro con Lawrence Lessig organizzato dall’attivissima Maria Grazia Mattei di Meet the Media Guru, è stato ricco di spunti e di stimoli, come c’era da aspettarsi da un personaggio del suo calibro.

L’emozione inizia in coda per entrare: arriviamo prestissimo e c’è già gente, nonostante non abbiano ancora finito di preparare la sala. Resistiamo: ci teniamo ad avere uno degli ambiti pass per entrare nella sala interna. Gli altri dovranno accontentarsi di un posto davanti al video in cortile o nel bar della mediateca di Santa Teresa, che fra l’altro è una location molto interessante e ispirante.

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OK sei primo su Google, e allora?

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Image by fogl83 via Flickr

Arrivare per primi su Google viene preso per un dovere morale da certi amministratori di siti. Certamente questi signori quando si mettono una cosa in testa ci riescono, ma è veramente un bene?

Proviamo a esaminare i risultati dell’interrogazione nella figura.

La stringa cercata è abbastanza chiara e dovrebbe essere molto autoesplicativa: “symbian s60 twitter”. Stiamo cercando un client Twitter per un telefono con la versione professionale del sistema operativo Symbian, un Nokia di fascia alta.

Il riassunto del risultato principale riporta: “twitter Symbian OS software and freeware for series 60, UIQ, s60, Nokia, SonyEricsson phones.Applications for Symbian OS s60, s80, UIQ, N-series handhelds …”

Risultati della ricerca

Risultati della ricerca

Una lunga serie di keyword, fatte per piacere allo spider, che in verità risuonano come quei finti risultati costruiti dai bot che cercano di attirare gli incauti sulla rete Gnutella.

Per me è l’equivalente di urlare vieni, vieni, clicca qui, abbiamo un sacco di prodotti senza che mi sia data un’indicazione di cosa posso trovare, a parte “tutto il meglio per i telefoni symbian”, come nelle pubblicità dei supermercati.

Ce n’è abbastanza per saltare il link, prima di perdersi un un sito caotico, che probabilmente finge di avere una risposta.

Il secondo risultato recita: “19 Oct 2007  A mobile twitter client for symbian S60 3 devices – see also http://www.das- zentralorgan.de/twibble/. vote: love it (7 votes) | leave it (4 …”.

Abbiamo una data di aggiornamento e una spiegazione chiara di cosa potrei trovare aprendo il link. Sembra certo che la pagina parli proprio di un client twitter per S60 e mi aspetto di trovare un collegament per il download, anche perché, in effetti, conosco mosh, il sito di Nokia.

La lezione che potremmo trarne è questa: non parlare come un commesso dei cartoni e non cercare di vendermi l’impossibile, ma dimmi onestamente quello che hai da offrire, tanto lo troverò comunque, magari dopo un bounce di tre secondi sul tuo sito.

Dopo avere letto, pensato e scritto, ci siamo tolti il gusto di andare a seguire i link. Immediatamente sotto il banner e le sue vuote promesse ci sono due client per Twitter sul primo sito. I client sono spiegati sinteticamente e ci sono le schermate che aiutano a farsi un’idea.

Il risultato sul secondo sito, mosh, è la pagina di un client per Twitter, realizzato in Java. Usando la ricerca di mosh si scopre una dozzina di risultati potenziali, che però non escono nella risposta di Google.

Forse qui abbiamo ancora un altro problema.

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