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Sociologia dei tablet

Ho preso di recente un Kindle 3, di cui ho parlato in dettaglio su PC Professionale, che è diventato un fedele compagno di commuting, su e giù da tram e metrò. Girare con un Kindle riserva interessanti sorprese.

La prima è che tutti coloro che lo prendono in mano si aspettano che l’interfaccia sia touch e provano a girare pagina con quel gesto fluido che Apple ha così meravigliosamente scoperto e cablato nelle aspettative di tutti, anche coloro che non hanno mai usato un computer.

La seconda sorpresa è che il Kindle segmenta, come dicono quelli che si occupano di marketing. Alcuni lo adorano, altri lo odiano. Sembra strano, ma di fronte al suo aspetto austero e allo schermo in bianco e nero la reazione di qualcuno è fortemente negativa, mentre un iPad solleva sempre un coro di ooh e di aah. L’assenza di capacità di intrattenimento e di “eye candy”, piaceri per l’occhio, smorza ogni desiderio di acquisto in diverse persone.

Uno schermo bianco e nero, con una austera funzionalità ad alcuni ricorda la semplice efficienza del Palm Pilot, con il quale il Kindle condivide una durata delle batterie da misurare in setitmane, ad altri la povera inadeguatezza di un Sinclair Zx80 o di una calcolatrice Texas d’antan.

Il Kindle, allora, segmenta come una Fiat Multipla, per le stesse rafgioni: la ricerca senza compromessi di un risultato pratico a cui si subordina ogni altra considerazione.

Nel caso del Kindle le motivazioni sono quelle che ha dato Jeff Bezos: la volontà di creare un oggetto economico e finalizzato alla lettura. Bezos sintetizza questo concetto in due parole: Angry Birds. Angry Birds è il nome di un gioco per iPad, che è una delle applicazioni più vendute dell’Apple Store. Il Kindle è indadatto per giocare a Angry Birds. Questo è un difetto, ma anche un pregio: l’oggetto, finalizzato al testo, non asseconda tentazioni e finisce per costare meno di quello che alcuni spendono per gli occhiali da sole.

Di fianco al vicino in metrò che sfoglia il giornale su iPad dobbiamo sentirci espressione di due filosofie contrapposte? Assolutamente no: l’iPad è un meraviglioso congegno in grado di interpretare una enorme varietà di ruoli, anche molti di quelli che di solito si affidano a un laptop. Anche il giornale composto come in pagina ha un aspetto migliore sullo schermo del vicino, ma l’oggetto è troppo pesane per essere usato con disinvoltura in piedi.

Il Kindle interpreta senza compromessi un ruolo, quello di permettere di portare con sé una grande quantità di testi e leggerli senza sforzo in qualsiasi contesto, in pieno sole o al chiuso, con un oggetto economico e con il peso di un libro tascabile.

Il testo è al primo posto, tanto che conviene fare tradurre il formato al servizio di Amazon, per i Pdf, troppo legati allo spazio di una pagina A4.

In definitiva gli oggetti non sono alternativi, più probabilmente complementari, ma mentre l’iPad riesce a far brillare gli occhi di chiunque, il libro elettronico affascina solo chi è convinto che “text is king”.

Lunga pausa

Si, lo so, quando uno tiene un blog non lo dovrebbe lasciare perdere per tanto tempo, come sto facendo.
Purtroppo, tolte le priorità e il lavoro pagato, non resta proprio tempo per scrivere qualche cosa, anche se mi prudono le mani spesso, sulla politica o la musica, due temi piuttosto presenti nel Proxy Bar.
Sto seguendo un blog scientifico dedicato all’energia nucleare, mi sto dedicando all’università, a una consulenza su un tema abbastanza nuovo per me, al blog di PC Professionale per la sezione sviluppo, alla rivista e allo studio della musica. Basterebbe uno solo di questi impegni per lasciare appena lo spazio per pensare alla famiglia, ma tutti quanti insieme sono tanti davvero. Il proponimento per l’ultimo quarto dell’anno prima delle ferie è di ridurre la dispersione.
Quando sarà il momento, comunque la pubblicazione online tornerà alla grande, dato che è una delle mie attività preferite. Sarebbe l’attività prevalente se fosse un lavoro pagato a sufficienza :-)

Impostazioni di SciTE

Ecco il file di configurazione del mio editor preferito: SciTE

;; monospace fotn
font.base=$(font.monospace)
font.small=$(font.monospace)
font.comment=$(font.monospace)
font.text=$(font.monospace)
font.text.comment=$(font.monospace)
font.embedded.base=$(font.monospace)
font.embedded.comment=$(font.monospace)
font.vbs=$(font.monospace)
;; fondo nero
style.*.32=$(font.base),back:#000000,fore:#ffffff
style.*.33=back:#C0C0C0,$(font.base)
style.*.37=fore:#939393
caret.fore=#FFFFFF
selection.alpha=75
selection.back=#FFFFFF
colour.keyword=fore:#649bff
colour.operator=fore:#727272
;; autocompleteword
autocompleteword.automatic=1
;; numeri di linea
line.margin.visible=1
line.margin.width=4

Angeli e matematici

Passo davanti al televisore mentre il programma di Minoli parla del libro di Dan Brown e sento una voce che legge una frase che lamenta il fatto che albe e tramonti si siano ridotti a lunghezze d’onda e che la complessità dell’universo si riduca a un insieme di equazioni.
Com’è ingenuo questo modo di ragionare, solo a chi non ha nessuna comprensione per la matematica e per la fisica può sfuggire il fatto che queste equazioni, se esistono, hanno la stessa meravigliosa ricchezza di sfaccettature di quello che rappresentano.
Eppure questa cosa semplice sfugge a tutti gli uomini di cultura che non hanno comprensione per la scienza: che chi ama la matematica la venera per l’eleganza e la bellezza che proietta sull’universo, un concetto affine, chissà forse isomorfo, allo stupore di chi vede il disegno di Dio nel tessuto delle cose.

Discussione cercasi. 1: i mezzi

Per uno come me, che si è formato sui canoni della Internet prima del browser, è sempre interessante fare dei confronti fra le forme di comunicazione nelle diverse fasi evolutive.

La internet dei blog ha visto un’esplosione della pubblicazione, ma, stranamente, anche un peggioramento della discussione per lo meno sotto certi punti di vista, vediamo come.

Nel 1985 non c’erano molte scelte e i canali di comunicazione erano sostanzialmente tre: la posta per le comunicazioni da persona a persona, le mailing list per le discussioni da fare in pubblico fra un gruppo ristretto di persone, per esempio i membri di un team di progetto, magari distribuiti geograficamente sulle sponde di due oceani.

L’ultima forma di discussione, la discussione pubblica a tema avveniva sulle Usenet news.

Le news, che adesso sono più note come parte di Google Groups, erano una specie di forum di discussione realizzati riciclando in larga parte il formato dei messaggi di posta e aggiungendo una directory globale di argomenti, mutuata dall’allora nascente domain name system.

I gruppi di discussione avevano nomi come comp.lang.c++, comp.lang.c o alt.guitar.bass. Ogni gruppo di discussione era dedicato a un argomento specifico. Le uscite dal seminato erano poco tollerate.

C’erano almeno tre cose notevoli di quel periodo che francamente mancano adesso.

In primo luogo l’elemento portante della discussione era un formato dati definito in uno standard pubblico, come è oggi HTML. Il trasporto dei messaggi si basava su un protocollo definito in uno standard pubblico. Grazie a NNTP i server che partecipavano alla discussione, sostanzialmente tutti i grandi server aziendali, si collegavano punto a punto e si scambiavano gli elenchi dei messaggi per stabilire cosa copiare da uno all’altro. I documenti presenti a un capo e non all’altro venivano trasmessi in modo da aggiornare lo stato di entrambi i server partecipanti a uno scambio.

Così, di scambio in scambio, con questo meccanismo detto store and forward (conserva e inoltra) i messaggi si propagavano – lentamente – per tutta la rete.

Gli archivi di quei messaggi sono stati conservati e Google possiede sostanzialmente tutto quello di cui si è dibattuto dagli anni ’80 ad ora, quindi quelle discussioni sono state persistenti e sono sopravvissute alla nascita del PC IBM, a MS-DOS, a Windows. Perché l’organizzazione era estesa oltre i computer.

Le news erano più aperte, più persistenti, più organizzate dei forum e dei blog di oggi e la discussione era più organizzata e navigabile.

Oggi le tue parole sono dentro facebook o Friendfeed, o sparse per i vari blog senza garanzie di persistenza nel caso che qualche sito chiuda, di consistenza fra siti diversi, di indicizzabilità e reperibilità. In ultima analisi non sono più le tue parole ma il content offerto da servizi di relazione di massa o dal blog in cui hai iniziato una discussione.

L’unico strumento che cerca di dare una visione unitaria di ciò che viene detto in contesti diversi è Friendfeed, che però viene – purtroppo – utilizzato solo per veloci chat, come IRC. Non è un problema di Friendfeed, che permette anche interventi più lunghi di Twitter, ma un problema di come ci si mette in relazione su Friendfeed.

(segue)