All is by my Side, o come Jimi è diventato Hendrix

Sono stato finalmente a vedere il film su Jimi Hendrix, nel giorno del suo compleanno. Un film stupendo, dubbi o non dubbi. Prima di parlarne, però lasciatemi fare una premessa.

Premessa (che si può saltare)

Ho comprato Electric Ladyland il giorno in cui era in mostra al negozio Ricordi di piazza Duomo, insieme a quelle Gretsch Country Gentleman e Chet Atkins, che non hanno mai smesso di affascinarmi. Lo stesso giorno, convinsi mia madre a regalarmi Super Session, di Al Kooper, Mike Bloomfield e Stephen Stills.

La ragione per comprare Hendrix era che se ne parlava molto, mentre l’altro disco era un album doppio, quindi con tanta musica, e aveva in copertina una foto di Bloomfield con una testa di riccioli ben più grande di Hendrix.

I capelli lunghi erano di moda, ma noi ricci eravamo ai margini dell’iconografia, dominata da biondi dalle chiome lisce, quindi io, studente di seconda, cercavo un rinforzo positivo per la tendenza dei miei capelli a crescere in altezza, più che in lunghezza.

Per futili che fossero le ragioni, si trattò di un bagno di blues che ha dato una sterzata alla mia vita mettendomi subito in contatto con un modo di suonare meno leccato di quello di Clapton. Bloomfield, infatti, era un americano cresciuto in mezzo al blues, come lo era Hendrix. Si è trattato di una scelta felice. A quel tempo non vivevo in un ambiente in cui si sapesse qualcosa di Muddy Waters, John Lee Hooker, dei tre King, di Elmore James, Johnny Winter e di tutti gli altri grandi, ma Hendrix e Bloomfield erano molto di più delle copie inglesi del blues, ancorché allevate dalla premiata scuola di Alexis Korner e John Mayall.

Non è nemmeno il caso di passare in rassegna quanto Rolling Stones e Led Zeppelin abbiano preso a man bassa dal repertorio blues. Diciamo solo che hanno avuto due meriti molto importanti. Il primo è stato di rendere popolare in tutto il mondo attraverso la British Invasion un genere che nel paese di origine non era poi così di moda. Il secondo, è stato di fare avere qualche soldo di royalty a quelle leggende dimenticate, come John Lee Hooker, del quale si dice che sia stato pagato con una bottiglia di bourbon dopo certe incisioni.

Il film

Il film è molto bello, carico di colori e delle suggestioni di un’epoca spensierata, colorata e piena di speranza e di cambiamento.

La ricostruzione degli ambienti, dei colori, dell’abbigliamento è affascinante. Anche la ricostruzione di un brodo di coltura unico, la Swinging London, in cui nei club si incontravano le star del momento gomito a gomito. Un momento unico e emozionante nella storia della musica perché ognuno cercava di creare qualcosa, nessuno si sentiva in dovere di uniformarsi a qualcosa di già fatto e cento fiori nascevano liberamente, senza essere strozzati in culla dall’industria discografica.

Il montaggio è a volte a scatti, con mini flashback e il video che, spesso va fuori sincrono con l’audio, un tocco di stile interessante, che in parte dà un’idea dello stato di più o meno perenne alterazione dei personaggi e in parte suggerisce di osservare una scena da tanti punti di vista contemporaneamente. A me è piaciuto abbastanza, mi è parso l’equivalente visuale di uno wha wha.

La ricostruzione dei personaggi è notevole. Le somiglianze sono notevoli. L’effetto finale è quello di essere stato a una festa con Keith Richards, Paul Mc Cartney, gli Who, Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker e tutti gli altri nomi della ricchissima scena musicale di allora. Come sarebbe stato bello poterlo fare quando era il momento.

Lui, Jimi, è proprio lui, con le sue espressioni, le sue movente e una somiglianza stupefacente. Anche i vizi, le abitudini, l’abbigliamento psichedelico e la stupenda offerta dei rigattieri di Portobello sono ricostruiti così bene.

Un’altra cosa che colpirà le giovani generazioni è l’abitudine a crearsi uno stile senza partire da un modello. Una cosa che dovrebbe stupire parecchio quei giovani preoccupati di assomigliare più che di distinguersi.

Veniamo al punto più critico. Quel senso di incompletezza e leggera delusione alla fine del film, vediamo di capirci di più e anticipiamo, che il giudizio finale è assolutamente positivo.

Ogni tentativo di mettere sul video un artista si confronta inevitabilmente con una scelta di fondo: il bilanciamento fra vita e opere. Si può discutere anche a lungo su quale importanza abbia conoscere la vita di un artista, quando la sua unica eredità che conta sono le opere che lascia.

Ecco, se parlassimo di opere, io ricorderei Hendrix per l’apparizione a Monterey, gli album da Are You Experienced a Electric Ladyland e la consacrazione mondiale definitiva, a Woodstock.

Di Jimi, vorrei ricordare e vorrei che il pubblico ricordasse la incredibile metodicità dello stile, la capacità di tradire e onorare il linguaggio del blues rinnovandolo, la capacità di dare forma alla chitarra elettrica come strumento moderno nell’immaginario del pubblico mondiale, l’inesauribile psichedelica fantasia. Avrei voluto vederlo suonare The Star Spangled Banner davanti a un pubblico enorme.

Invece, il film si concentra sul periodo e sul modo in cui Jimi è diventato Hendrix, percorso che ha portato un ragazzo impacciato, chiuso e con poco senso pratico e una voce lirica e melodica libera e fantasiosa, a diventare una rockstar di successo mondiale.

Sullo sfondo passa l’ambiente musicale chiuso degli Stati Uniti, quello in ebollizione di Londra, l’incrociarsi e il contaminarsi continuo fra personaggi famosi, le inevitabili gelosie. Il genio quasi inconsapevole di un ragazzo che creava un linguaggio con una chitarra presa a prestito, o con qualsiasi altra chitarra. Anche i limiti di chi, in fondo, ha creato un numero limitato di album, per dirla con Noel Redding “abbiamo fatto quattro album buoni, il resto è spazzatura”. Redding è stato molto critico con il tentativo discografico di scavare tutti i nastri di scarto per cercare di guadagnare ancora su Hendrix.

Sullo sfondo. In primo piano, invece, abbiamo il timido Jimi, con gli amici che hanno creduto in lui, le donne che lo hanno amato e lo hanno aiutato ad andare avanti.

Alla fine mi sono convinto che no, è giusto così, che il desiderio di glorificazione degli appassionati va tenuto a freno e che è giusto dare spessore al personaggio e incuriosire chi si fa intrigare dalla storia a cercare un approfondimento musicale nel mare di Youtube, iTunes, Spotify e tutto il resto.

E’ più giusto e più commovente così. E comunque andate a sentirvi i primi quattro album della sua discografia.

 

Addendum: questa recensione di Repubblica va al cuore del film, secondo me, in un trafiletto. Complimenti a chi l’ha scritta e a chi l’ha eventualmente tagliata per stare nello spazio.

 

Una eccellente recensione del film apparsa su Repubblica

 

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