Better than free, di Kevin Kelly

Un saggio molto interessante su internet, la copia e l’unicità, con implicazioni interessanti in termini di marketing e economia.

Si inizia dalla considerazione che

“Our digital communication network has been engineered so that copies flow with as little friction as possible. Indeed, copies flow so freely we could think of the internet as a super-distribution system, where once a copy is introduced it will continue to flow through the network forever, much like electricity in a superconductive wire. We see evidence of this in real life. Once anything that can be copied is brought into contact with internet, it will be copied, and those copies never leave. Even a dog knows you can’t erase something once its flowed on the internet.”

La premessa è molto interessante e la conclusione è logica:

“I have an answer. The simplest way I can put it is thus:

When copies are super abundant, they become worthless.
When copies are super abundant, stuff which can’t be copied becomes scarce and valuable.”

Infine il saggio esamina otto direttrici su cui può svilupparsi il valore legato all’unicità. Come tutti i saggi provocatori sarà parzialmente vero e sicuramente interessante da approfondire.

Soprattutto, chissà se arriverà anche alle case discografiche questa consapevolezza dell’inutilità del tentativo di arginare la copia. Nel testo si fa riferimento al desiderio del pubblico di compensare le star, per lasciare un segno.

Si citano come esempio i Radiohead, che hanno preso una media di cinque dollari per download mettendo in linea un disco a offerta libera. Cinque dollari è sempre stato il mio limite personale per l’acquisto di un cd prima di un download di prova.

Il Corriere della sera, per contro valuta un fiasco l’iniziativa dei Radiohead, ma i dati a spanne sono confrontabili. Probabilmente il giudizio negativo è dato da due fattori: il grande numero di download senza pagamento e il basso compenso per download, ma si sottovaluta il fatto che chi ha scaricato il disco senza pagare lo avrebbe comunque fatto lo stesso e che il prezzo di 5 sterline è esattamente quello che io pagherei un cd per il piacere di averlo e rigirarlo fra le mani mentre ascolto la musica. A venti euro a copia non posso considerare l’acquisto.

Una cosa interessante è che la pubblicità non entra minimamente nell’equazione, mentre la catena di distribuzione è inutile. E il marketing?

Oxite, un motore CMS open source da Microsoft

Microsoft ha creato piattaforma di pubblicazione open source chiamata Oxite e la sta utilizzando per il sito del convegno Mix09.
C’è sicuramente bisogno di strumenti per creare sistemi di gestione del contenuto su misura, vediamo come si comporta questo.

Leggere un libro gratis su Amazon

Un post spiega come utilizzare la ricerca all’interno del testo dei libri che offre Amazon per scorrere l’intero libro.

L’idea di base è quella di inserire un set di parole chiave che appaiano in ogni pagina (o quasi) del libro.

Considerando il fatto che Amazon consente di scorrere una pagina prima e una dopo ogni hit, non è poi così difficile.La sfida a questo punto è costruire il minimo set di parole chiave che dà accesso all’intero libro.

Ecco il testo del post originale che spiega la tecnica.

Arriva il Google Phone, ma è un androide

Arriva il telefono di Google, ma contrariamente alle attese non si tratta di hardware, bensì di una piattaforma software, chiamata Android. In altre parole, Android è il software che un produttore di telefoni può usare per dare anima al metallo.
Google ha pubblicato un SDK che sto provando su MacOS e è disponibile anche su Windows e Linux.
Il Gphone non è un telefono

Lo SDK comprende le librerie software e l’emulatore necessario per provare le applicazioni dentro un telefono anche se virtuale. Le applicazioni di base sono comprese nell’emulatore, che quindi è interessante anche per chi non vuole creare applicazioni perché permette di farsi un’idea del telefono in anticipo.
Curiosando, troviamo un browser e un client per i servizi di cartografia di Google (Google Maps).
L’ambiente software si basa sul sistema operativo Linux in una versione ridotta adatta per la memoria a disposizione in un telefono. L’ambiente applicativo, invece, si fonda su Java.

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Google si fa sentire con gli sviluppatori

Google ha organizzato una conferenza per sviluppatori a Milano. L’evento si è svolto, in una cornice particolarmente chic e modernista, un splendido hotel in via Tortona, che sta diventando la capitale del design milanese.Oltre a essere notevole per il miglor catering mai visto a un incontro con gli sviluppatori, l’evento è stato importante per la presenza di diversi ricercatori americani, visivamente qualificati come engineer dal camice bianco con la scritta “mi sento fortunato”. Un’affermazione che gli sviluppatori di software gestionale sicuramente condividono.Al di là delle battute è da sottolineare il fatto che anche Google comincia a corteggiare gli sviluppatori e a pubblicizzare la sua piattaforma. Google, infatti, è ormai una piattaforma applicativa, con un mix interessante di servizi, da un sito dedicato all’hosting di applicazioni open source a dati importanti come la cartografia mondiale a disposizione degli sviluppatori gratuitamente.Mettere i dati a disposizione di tutti è uno dei punti cardine della strategia di Google, gli altri, secondo Giorgia Longoni, sono l’accessibiltà alle informazioni dovnque ci si trovi, la disponibilità online o offline e la possibilità di creare e condividere il contenuto per tutti.L’ultimo punto ha brillanti applicazioni sulle mappe di Google, come questa mappa e sicuramente dovrebbe invitare gli sviluppatori a creare soluzioni nuove.

Xanadu non si arrende

Quasi trent’anni prima che il gruppo di Tim Berners-Lee scrivesse il primo server web al Cern di Ginevra nel 1990 c’era già chi parlava di ipertesti: Ted Nelson. Gli studi di Nelson cominciano nel 1960 e nel 1974 sono pubblicati in un libro, Computer Lib/Dream Machines, nel 1974.

Il disegno iniziale del progetto Xanadu

Secondo Nelson, il punto di vantaggio dei documenti elettronici rispetto ai documenti cartacei sta nella possibilità di conservare traccia della relazione fra diverse versioni dello stesso documento, fra i testi derivati e i testi originari, fra le fonti e le citazioni.

La visione di Nelson va più in profondità del World Wide Web come lo conosciamo, che è fatto di link a senso unico affidabili solo in parte perché il legame fra i documenti dovrebbe essere strutturale, un po’ come consente Word quando lo si usa per tenere traccia di versioni e modifiche.

Queste sono le idee con cui Ted Nelson fonda il progetto Xanadu nel 1967.

Con obiettivi così ambiziosi non stupisce il fatto che fino al 1972 non sia realizzato un prototipo del software.

Mentre il web e il browser cambiano la faccia della rete il progetto Xanadu cade lentamente nell’oblio conquistandosi la fama di essere il vaporware di maggiore durata dell’industria dei computer.

Eppure il progetto Xanadu non demorde e ha rilasciato recentemente un visualizzatore tridimensionale di ipertesti, che funziona su Windows. Il software può essere scaricato dalla home page del progetto.

Cosa viene dopo Ajax?

Se lo chiede anche Dare Obasanjo, soprattutto perché quello che arriverà dopo Ajax è sicuramente benvenuto.

Sviluppare un’applicazione Ajax, infatti, è un incubo.

In primo luogo occorre mischiare standard come Html e Css che sono standard solo nella testa di quelli che li scrivono.

Le mailing list dedicate al disegno Web sono piene di richieste curiose, tipo “come faccio a mettere questo a sinistra e quello a destra?”. Non sono le domande di neofiti che non sanno come scrivere una tabella: sono le domande di professionisti che hanno rinunciato alle tabelle.

I signori del W3C, che sono convinti di avere la proprietà del Web, quelli che hanno dichiarato morto Html nel 1999 per intenderci, sono riusciti a fare dimenticare a tutti che creare pagine Web è un compito banale, anche perché i browser accettano qualsiasi schifezza nel markup uscendo vittoriosi dalle cose peggiori.

Adesso però occorre validare le pagine anche per legge per l’ottimo motivo che si vuole rendere accessibile il contenuto su Internet a tutti, anche ai disabili. In fondo – si dice – progettando le pagine con la stretta aderenza agli standard si ha anche il vantaggio di avere pagine di migliore qualità.

Però poi lungo la strada si scopre che occorrono trucchi e trucchetti a non finire per riuscire a avere una presentazione accettabile in Firefox, Internet Explorer (il 6 e il 7) e magari anche Safari.

Alla fine, poi, si scopre che è quasi impossibile creare l’applicazione dinamicamente Web 2.0 e Ajax che ha chiesto il cliente o che fa la concorrenza, che vince la gara. 

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Il telefono messo all'indice

Si è parlato molto di iPhone, dal momento del lancio, con l’entusiasmo che si può immaginare per un prodotto che ha le carte in regola per far parlare di sé e in più eccita l’immaginazione dei devoti della mela perché ricorda iPod.

Come iPod, iPhone reinventa qualcosa che già conosciamo, prima era il walkman, ora il telefono. Come iPod, iPhone mette a fuoco un prodotto in un modo che era sfuggito a chi lo aveva inventato.

Così. il telefono, in particolare lo smartphone, il telefono con qualcosa in più, ha avuto molte incarnazioni, ma sembra messo a fuoco solo adesso.

La pubblicità di iPhone, l'utente scorre le copertine dei dischi con l'indice

In questa rivoluzione, un dettaglio che non mi pare sia stata notato da altri osservatori è l’innovazione “digitale” che iPhone porta con sé. Con digitale non intendo “numerico”, come è diventata norma, ma proprio digitale nel senso di pertinente alle dita.
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iPhone: il telefono non è più lo stesso

È uscito l’iPhone e il telefono non è più lo stesso. Quando Steve Jobs dice che Apple reinventa il telefono non dice bugie.

Apple parte da un punto di vista diverso dagli altri, perché si domanda in primo luogo cosa vorremmo fare noi, cosa vorrebbero fare i nostri clienti o forse cosa piacerebbe fare a Steve Jobs con un telefono cellulare?

Non parte dal dato di fatto che i telefoni sono fatti in un dato modo, o dagli schemi di applicazione dei chipset più diffusi.

Jobs cita una frase chiave durante il lancio dell’iPhone: chi prende seriamente il software dovrebbe disegnare il proprio hardware. Non è citata a vuoto: l’iPhone contiene un accelerometro e un sensore di prossimità perché servono al software per fare il suo lavoro nel modo migliore.

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Il digital divide e il nuovo sogno

L’uomo sogna spesso di saltare le barriere. Ecco una piccola rassegna dei sogni che si sono avverati sul computer e di un progetto in corso per realizzare l’ultimo di questi grandi sogni: dare un computer anche ai bambini che non hanno prese di corrente.

La storia dei computer è una storia di sogni, che in pochi anni ci hanno portato da un’epoca all’altra.

Il laptop per il mondo

Cominciamo dal 1970 Federico Faggin, un italiano formatosi in Olivetti e SGS salta il fosso, anzi l’Atlantico, e approda alla californiana Intel, creando il 4004, il primo microprocessore. È la fine dell’epoca dei camici bianchi dei film anni ’60: da ora in poi si possono costruire computer economici, così a buon mercato da poter diventare un prodotto di massa.Il 4004 non ebbe grande diffuzione, ma il gruppo di Faggin mise a segno un bel risultato con l’8080, un processore che ebbe un discreto sucesso commerciale. Nel 1976, Faggin passò alla Zilog e progettò lo Z80, che aveva importanti innovazioni e prestazioni significativamente migliorate. Lo Z80 fu il motore di diversi personal computer, fra cui lo ZX81 e lo ZX Spectrum del visionario Sinclair. Accanto alle macchine pensate per gli hobbisti, lo Z80 fu anche il motore di computer da ufficio, basati sul sistema operativo CP/M.

La prima porta era stata aperta e la produzione di un computer a basso costo, abbastanza economico da costare come un elettrodomestico di casa era diventata possibile.

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