Discussione cercasi. 1: i mezzi

Per uno come me, che si è formato sui canoni della Internet prima del browser, è sempre interessante fare dei confronti fra le forme di comunicazione nelle diverse fasi evolutive.

La internet dei blog ha visto un’esplosione della pubblicazione, ma, stranamente, anche un peggioramento della discussione per lo meno sotto certi punti di vista, vediamo come.

Nel 1985 non c’erano molte scelte e i canali di comunicazione erano sostanzialmente tre: la posta per le comunicazioni da persona a persona, le mailing list per le discussioni da fare in pubblico fra un gruppo ristretto di persone, per esempio i membri di un team di progetto, magari distribuiti geograficamente sulle sponde di due oceani.

L’ultima forma di discussione, la discussione pubblica a tema avveniva sulle Usenet news.

Le news, che adesso sono più note come parte di Google Groups, erano una specie di forum di discussione realizzati riciclando in larga parte il formato dei messaggi di posta e aggiungendo una directory globale di argomenti, mutuata dall’allora nascente domain name system.

I gruppi di discussione avevano nomi come comp.lang.c++, comp.lang.c o alt.guitar.bass. Ogni gruppo di discussione era dedicato a un argomento specifico. Le uscite dal seminato erano poco tollerate.

C’erano almeno tre cose notevoli di quel periodo che francamente mancano adesso.

In primo luogo l’elemento portante della discussione era un formato dati definito in uno standard pubblico, come è oggi HTML. Il trasporto dei messaggi si basava su un protocollo definito in uno standard pubblico. Grazie a NNTP i server che partecipavano alla discussione, sostanzialmente tutti i grandi server aziendali, si collegavano punto a punto e si scambiavano gli elenchi dei messaggi per stabilire cosa copiare da uno all’altro. I documenti presenti a un capo e non all’altro venivano trasmessi in modo da aggiornare lo stato di entrambi i server partecipanti a uno scambio.

Così, di scambio in scambio, con questo meccanismo detto store and forward (conserva e inoltra) i messaggi si propagavano – lentamente – per tutta la rete.

Gli archivi di quei messaggi sono stati conservati e Google possiede sostanzialmente tutto quello di cui si è dibattuto dagli anni ’80 ad ora, quindi quelle discussioni sono state persistenti e sono sopravvissute alla nascita del PC IBM, a MS-DOS, a Windows. Perché l’organizzazione era estesa oltre i computer.

Le news erano più aperte, più persistenti, più organizzate dei forum e dei blog di oggi e la discussione era più organizzata e navigabile.

Oggi le tue parole sono dentro facebook o Friendfeed, o sparse per i vari blog senza garanzie di persistenza nel caso che qualche sito chiuda, di consistenza fra siti diversi, di indicizzabilità e reperibilità. In ultima analisi non sono più le tue parole ma il content offerto da servizi di relazione di massa o dal blog in cui hai iniziato una discussione.

L’unico strumento che cerca di dare una visione unitaria di ciò che viene detto in contesti diversi è Friendfeed, che però viene – purtroppo – utilizzato solo per veloci chat, come IRC. Non è un problema di Friendfeed, che permette anche interventi più lunghi di Twitter, ma un problema di come ci si mette in relazione su Friendfeed.

(segue)

L'idealismo e il software

L’idealismo, lo ricordate, è quella buffa corrente di pensiero filosofico che sostiene che lo spirito crea la realtà, perché il mondo è inseparabile dalla mente di chi lo percepisce.
Se questo faceva tanto ridere nei banchi di scuola, nella versione techno del film Matrix era un pensiero disturbante, ma plausibile.
Comunque, lasciando il terreno filosofico, l’idealismo è assolutamente tangibile nel software: sono le idee che creano le cose. Impossibile che esista un programma o una tecnologia senza qualcuno che abbia avuto l’idea.
Su Internet questo è ancora più strano, perché l’accendersi delle lampadine collettive è percepibile, tanto che io lo esprimo in questa maniera:

Tao del web: se un software dovrebbe logicamente esserci, molto probabilmente qualcuno lo ha già fatto.

E spesso lo ha anche già messo a disposizione in un repository open source.
Per questa ragione ci fa piacere che un desiderio che abbiamo espresso qualche post fa ha generato una realtà che si è manifestata alla Nokia Developer Conference a Monte Carlo.
Una società chiamata eyeSight ha dimostrato un sistema basato su gesti che permette di pilotare uno smartphone Nokia gesticolando davanti alla piccola telecamera come se il cellulare avesse un touch screen invisibile. Questo dovrebbe renderci, come ho detto, più buffi, ma è molto meglio che schiacciare tastini per spostare di qua e di la lo spioncino attraverso cui tocca vedere il mondo su un cellulare.
Il prossimo passo è un display virtuale di un metro e mezzo per un metro alla distanza di un braccio.

Correlazioni

Il grafico di correlazione fra la frequenza di certe ricerche su Google e un fenomeno sociale, come l’influenza, che si può osservare su google.org, è un esempio folgorante di come si può sfruttare l’enorme mole di dati che raccoglie Google per fini del tutto diversi dalla ricerca sul web.

La correlazione fra le ricerche su Google legate all'influenza e i dati dell'agenzia governativa di controllo e prevenzione delle malattie
La correlazione fra le ricerche su Google legate all'influenza e i dati dell'agenzia governativa di controllo e prevenzione delle malattie

Le interrogazioni che contengono parole chiave legate all’influenza sono legate all’insorgenza di casi di influenza in modo diretto, come è mostrato dall’animazione dei dati. L’analisi di questi dati, è temporalmente avanti di due settimane ai dati clinici del Center for Disease Control and Prevention (CDC), un dato straordinario.

Detto in termini semplici, Google predice l’andamento dell’influenza con due settimane di anticipo rispetto ai dati clinici.

L’animazione sul sito, che vi invito a guardare, è anche un’illustrazione eccellente del concetto di correlazione statistica.

I medici cercano, per esempio, la correlazione fra l’assunzione di un farmaco sperimentale e la guarigione dei pazienti, o fra certe abitudini alimentari e certe malattie. Spesso c’è uno sfasamento temporale fra un fenomeno, come fumare quaranta sigarette al giorno, e un altro fenomeno, come ammalarsi di tumore. In ogni caso si cerca la correlazione.
In marketing si cerca la correlazione fra canali e campagne e risultati economici o di immagine misurabili.

Che ci sia una correlazione fra le interrogazioni a Google e l’influenza è molto interessante: significa anche che si chiede a Google molto prima che al medico e anche prima di un ricovero o una richiesta di terapia, dati che arrivano due settimane più tardi, per l’appunto.

Va anche aggiunto che in pratica è molto difficile trovare a priori ricerche utili per creare indicatori sociali utilizzabili, mentre naturalmente a posteriori si può tracciare il percorso di un’epidemia sul motore di ricerca scegliendo le parole chiave giuste.

Scuole dell'infanzia, abbiamo una risposta

Dopo avere scritto all’assessore Mariolina Moioli e al suo staff, abbiamo ricevuto risposta da Carmela Madaffari, direttore centrale per la famiglia, la scuola e le politiche sociali al comune di Milano.

La risposta è abbastanza incoraggiante, anche se non facile da seguire. Nel testo si esprime l’intenzione di coinvolgere gli operatori del settore nel progetto di riordino in corso.

Non agire di imperio, ma ascoltare la voce degli interessati, è la richiesta numero uno di tutti gli organismi che hanno dato vita all’assemblea cittadina di qualche giorno fa.

Ci ha scritto anche la Direzione del Settore Servizi all’Infanzia rispondendo punto per punto alle segnalazioni e alle richieste. Torneremo su questa risposta dopo le verifiche necessarie.

Visualizzare l'ora su un E71

Quando sbloccavo la tastiera ho notato spesso il flash di un orologio, un transiente che appare durante il risveglio, come un errore seguito da un subitaneo ripensamento.

Mi sono chiesto varie volte come forzare il telefono a mostrare in modo più utilizzabile questo orologio, che ha il pregio di essere molto ben leggibile e che mi piacerebbe avere sempre in funzione come salvaschermo.

In una sala d’attesa ho finalmente scoperto l’arcano: si può risvegliare l’orologio premendo uno dei pulsanti di movimento del cursore, per esempio il tastone centrale. Strano come una funzione ovvia possa rimanere nascosta per qualche settimana di uso.

Essere un bottom blogger. 1: chi sei?

Ha suscitato un certo vespaio su Friendfeed la ripresa dell’intervista a Luca Conti da parte di Mantellini. C’è parecchia curiosità su come si diventa un top blogger, quindi vale la pena di parlarne.

Naturalmente, sarebbe idiota che mi mettessi a dare consigli su come diventare un top blogger. In primo luogo perché, se lo sapessi, lo sarei diventato, in secondo luogo perché è come rispondere alla domanda “come si diventa una rock star?” con qualcosa di diverso da “studia, dedicaci tutto il tuo tempo e sii originale”.

Ha più senso domandarsi come si fa a essere un bottom blogger, perché è lì che la maggio parte dei blogger stanno e, in generale, rimarranno. Dato che il tema è interessante, questa può diventare una serie, anche perché non ho intenzione di scrivere dieci capitoli così di getto. Per marcare la serie userò uno dei tag di cui ho abbondato nella nuova gestione del proxybar, in questo caso blogging. Conviene usare un tag piuttosto che una categoria o una collezione di pagine perché questo è il percorso di minore resistenza con WordPress, il motore di questo blog.

Per prima cosa spazziamo via i pregiudizi: non è questione di amicizie o di conoscenze, casomai le amicizie e le conoscenze sono una conseguenza del mestiere. Voglio dire questo: se tu ti occupi del tuo ambito come giornalista è naturale che ti trovi sempre insieme agli altri giornalisti, così come i fotografi sgomitano sempre con gli stessi fotografi. Per questo è naturale che ci si conosca e ci si segua fra colleghi di lavoro, non fosse che per il fatto di trovarsi negli stessi posti con una certa frequenza.

Certo, se sei nella sidebar di un blog popolare ti arriveranno più clic di quanti ne hai visti in vita tua, ma per esserci arrivato devi avere detto qualcosa di veramente interessante e averlo fatto sapere, altrimenti ti troveranno solo con Google.

Cominciamo la serie dall’inizio, quindi.

Conosci te stesso

Domandati perché vuoi scrivere, questo è il cuore del problema. Tu sei unico e speciale, come tutti quanti gli altri, quindi ci sono cose che solo tu fai in un certo modo e solo a te interessano in un dato modo. Conviene partire da qui. Lascia perdere il generalismo e concentrati su una cosa importante per te, qualcosa che tu conosci in modo speciale. Nessuno verrà a leggere regolarmente il tuo sito a meno che tu non abbia già sfondato in qualche modo, quindi concentrati, almeno per ora, su qualcosa di più concreto della scrittura di editoriali.

Può capitare che tu abbia appena comprato un modello di macchina fotografica molto particolare, qualcosa che interessa a te e altri cinque. Se ne parli, vedrai che gli altri cinque ti troveranno su Google in men che non si dica e daranno valore alle tue opinioni tanto più sei sconosciuto e sincero nella tua descrizione del prodotto. Potresti scoprire di avere orientato un segmento di mercato, magari microscopico, con la tua recensione.

Si tratta di partire dalla lunga coda, quell’area di un’esponenziale in cui i valori sono irrisori in assoluto, ma che comunque ha per integrale una frazione consistente dell’integrale della funzione. Chi ti cerca ha poco da scegliere al di fuori di te, perché non ci sono un milione di alternative, come fra i grandi numeri.

Se decidi di essere monotematico e dedicarti all’allevamento delle pulci o qualcosa del genere, può capitare che chi ti trova su Google diventi un lettore fedele collegandosi al tuo Rss o tornando sulla home page. Questo si vedrà facilmente dalle statistiche, ma non è necessario puntare a questo risultato. Chi vive nella lunga coda può benissimo contentarsi di avere un traffico prodotto al 90% dai motori di ricerca. Se non ti va di impegnarti a parlare solo di allevamento delle pulci per il resto della vita puoi benissimo variare.

Cerca però di essere utile. Qualcuno dall’altra parte di Internet sta cercando qualcosa, la cerca perché vuole sapere, capire, scegliere. Cerca di essere utile e dare consigli onesti e esprimere giudizi utilizzabili. Pensa a tutte le volte che hai cercato qualcosa, che ne so, la formazione di un dato album, l’hai trovata, hai ringraziato fra te e ti sei domandato chi perde il suo tempo a mettere a disposizione queste informazioni. Immagina di restituire il favore e ripagare i debiti.

Lo sai com’è, lo fai anche tu: la gente vola via nei primi due paragrafi se capisce che non vale la pena di continuare a leggere.

Twitter, Friendfeed, Facebook, si tratta di te

Proseguiamo il discorso iniziato con l’introduzione a Twitter. Si parla molto delle applicazioni del networking sociale cercandovi la magia e il perfetto insieme di funzioni.

Twitter è minimalista, ma coglie l’essenza, FriendFeed è vorace e dispersivo, Facebook si tiene la tua roba ed è pieno di gente che fa i quiz e te lo fa sapere, Flickr è un grande gestore di immagini che cerca di tirarti dentro, MySpace è una vetrina per band poco socievole, Naymz e Plaxo questuano account in tutti i modi, LinkedIn va bene per esporsi sul mercato, ma ha anche forum di domande molto ben frequentati. Ning è una fabbrica di network sociali a tema molto petulanti. Questo è quello che c’è da sapere per non restare tagliati fuori nelle dispute fra networker sociali. Naturalmente tacciamo di news, forum, IRC, instant messenger e altre relique del passato.

Insomma, ci sono mezzi di ogni genere per il contatto sociale, ma hanno su di sé un’attenzione eccessiva perché manca un fondamento alla discussione sui network: i network sociali connettono le persone e servono a far fare alle persone quello che hanno in mente di fare. Le persone che si trovano insieme studiano, chiacchierano, scherzano, si conoscono meglio, flirtano, si coalizzano, capiscono meglio, si spiegano, cercano, insomma fanno mille attività umane fra le più disparate.

Nel mondo reale, fuori dallo specchio, tutte queste attività hanno momenti, tempi, luoghi e canali di comunicazione ben distinti. Non è pensabile che ci sia un posto in cui si fanno tutte queste cose contemporaneamente.

Il computer, comunque, è incidentale, come è sempre stato. La rete ha sempre connesso persone e per conseguenza computer fino dal 1971 in cui si sono stese le basi di FTP con la RFC114 o dal 1982 che ha visto la nascita della RFC821, che descrive SMTP a opera di John Postel (nomen, omen). La comunicazione fra computer e fra persone in ogni caso ha due o più terminali e un protocollo, bisogna tenerlo presente nel networking sociale.

La considerazione sui due poli della comunicazione è importante, perché un canale di comunicazione deve essere adatto per quello che vuoi sentire e per quello che chi trasmette ha voglia di dire e per il modo in cui ha voglia di dirlo.

Per fare un esempio, il Twitter di Robert Scoble, o Om Malik, o Engadget è un canale radio, che trasmette aggiornamenti che riguardano un lavoro di pubblicazione continuato e tematico. Non è certo un canale bidirezionale nelle intenzioni di chi scrive, se non sporadicamente. Anche una radio accetta telefonate, ma non conversa con tutti gli ascoltatori in qualsiasi momento.

Su FriendFeed, invece, si creano spesso aggregati di persone, che si cercano e si aggiornano, facendo spesso riferimento a contesti condivisi, che nascono al di fuori del mezzo di trasmissione, per esempio il lavoro e le occasioni di vedersi dal vivo, come nel caso dei numerosi giornalisti o blogger che si frequentano su FF. Non si può imputare al mezzo di trasmissione il fatto che la comunicazione è criptica e non sempre decodificabile esclusivamente in base al contenuto del messaggio. Si tratta semplicemente del fatto che chi parla vuole parlare così e lo strumento si presta a quel dialogo, perché FF è capace di aggregare e mettere in contesto comunicazioni personali avvenute su canali diversi creando un’immagine complessiva dagli elementi, laddove Twitter si presta alla pubblicazione di one-liner o al dialogo in stile IM. Insomma, si tratta un po’ del tipo di comunicazione che avveniva su IRC.

La comunicazione strutturata, la condivisione di sapere basato su testo avvengono in altre aree, a volte anche sui blog. La discussione che segue in alcuni blog è una specie di forum a tema creato per l’occasione. Forum più persistenti dedicati a un argomento hanno siti dedicati, per esempio alla musica, alla chitarra jazz e hanno preso il posto dei newsgroup non per una ragione di opportunità, ma forse più che altro per la voglia di costruire la propria ruota o la scarsa informazione sul mercato delle ruote. Il pregio dei newsgroup della internet del tempo di NNTP (RFC977 del 1986) era che la discussione era pubblica e permanente e ognuno sceglieva liberamente il programma da usare per partecipare, dato che il succo del tutto era il protocollo.

Non occorre che ripeta ancora una volta che i protocolli sono più aperti, più efficaci e più resistenti delle applicazioni e durano decenni più dei programmi che li hanno realizzati. Per questa considerazione, trovo che l’ambiente più promettente sia FriendFeed, proprio per la capacità di integrare quello che usi piuttosto che proporti di entrare in un recinto chiuso con dentro un bel mondo costruito apposta per te.

Io quindi scommetto sul fatto che su Internet i protocolli hanno sempre seppellito le applicazioni e i sistemi operativi (qualcuno usa ancora software del 1971?) e reputo le applicazioni un fattore del secondo ordine, salvo il fatto che non conviene chiudersi in un recinto. Per non essere chiusi in un recinto occorrono due condizioni: che chi offre un servizio, per esempio Flickr, dia l’impressione di avere ancora i server accesi fra qualche anno, piuttosto che i libri in tribunale, e che ci sia un’interfaccia applicativa (API) aperta per usare il servizio da fuori.

Naturalmente, se questa è un’opinione sulle applicazioni, rimane valido quello che si è detto prima, non si tratta tanto di cosa usare si tratta più che altro di te, di quell’altro, che ti sta a ascoltare e di cosa volete parlare.